Cosa ci lascerà questa epidemia


Qualunque siano la nostra fede politica e religiosa, di questa epidemia resteranno impresse le foto del Papa e del Presidente, soli nel salire una scala per compiere il proprio dovere, soli anche nel prendere le decisioni finali, influire sulla vita e sulle coscienze di milioni di persone, intimorite e chiuse nelle loro case. Eppure qualcosa di buono lo si dovrà trovare, anche per potere andare avanti con una ritrovata serenità; qualcosa quest’esperienza ci dovrà lasciare, altrimenti le vite perdute ed i sacrifici patiti saranno stati inutili.
Una prima esperienza positiva è stata la scoperta del digitale da parte di tanti italiani, che hanno utilizzato libri e giornali on-line, hanno aumentato la loro attenzione alle notizie, hanno iniziato a far uso del commercio elettronico. Alcune statistiche sono raccolte in questo report consigliato da Matteo Flora, altre si trovano facilmente in rete: https://landing.thefool.it/coronavirus
Sopratutto si sono scoperti il lavoro agile, la didattica a distanza, le celebrazioni religiose on-line, i convegni virtuali, la possibilità di formazione nella propria abitazione. Certo, nessuno vuole che tutti ci chiudiamo nelle nostre case – se non è strettamente necessario – o che le scuole chiudano per sempre, sostituite da insegnati robotici, come descritto da un racconto distopico di Isaac Asimov, oppure che cessino i raduni politici, le cerimonie religiose, gli eventi sportivi. Però una cosa non esclude l’altra ed il fatto che molti si siano ingegnati per trovare soluzioni alternative ad abitudini consolidate dovrebbe lasciare nuove abitudini e nuovi modi di comunicare.
Chi partecipava alla Messa ogni settimana poteva guardarla in TV quando aveva l’influenza, ma poteva arrivare da Bolzano come da Catania, mentre le parrocchie che hanno organizzato una Messa on-line hanno consentito ai fedeli di continuare a seguire il proprio parroco, la propria comunità. Chi era in altro continente, con molte ore di fuso orario, ha comunque potuto seguire la funzione in differita su Youtube, seguendo l’omelia del proprio Parroco, o di un altro sacerdote che si conosce e si vuole seguire. I sacerdoti che hanno spostato la loro predicazione sul WEB hanno potuto inviare una videopillola ogni giorno, ogni settimana, quando avevano qualcosa da dire e raggiunge così più persone di quanto avrebbero fatto con il classico incontro parrocchiale delle 21, che poi inizia alle 21.15. Hanno parlato anche a chi era interessato, ma non poteva andare o non aveva voglia di uscire, soprattutto d’inverno, a chi era lontano, a chi si trovava in viaggio. Gente che ha potuto sentire la lezione il giorno dopo, risentirla se qualche passaggio richiedeva maggiore attenzione, inviarla agli amici. Quando l’emergenza sarà finita, si tornerà alla Messa con il popolo e all’incontro parrocchiale delle 21 che poi inizia alle 21.15, certo, ma ci si augura che, in parallelo, quell’incontro venga filmato e trasmesso, conservato, diffuso.
Ed il discorso vale per la scuola di scacchi, il circolo dei lettori, il gruppo di ginnastica, il partito politico, la scuola, l’università. Molti docenti universitari vedevano con sospetto i MOOC, i corsi on-line messi a disposizione più o meno gratuitamente da molte università e piattaforme, ma chi può negare la grande opportunità di sentire una lezione di un docente di Oxford, di un’Università indiana, cinese, australiana senza muoversi di casa. Non per sostituire il proprio docente o per chiudere l’Università nostrana, certo, ma per affiancare, per consentire di integrare, di confrontare, di supplire ad un’eventuale lezione persa o riuscita male.
Il lavoro agile ha fatto scoprire che andare in ufficio ha anche lati positivi, che quel collega a volte fastidioso un po’ ci manca, che il tragitto consente di staccare e di pensare o di fare una telefonata agli amici. Ma ha anche dimostrato che non tutta l’attività in ufficio è utile, che tanti lavori possono esser fatti da casa, a volte con maggiore soddisfazione e rendimento, tanto che qualcuno ha detto che non è smart i lavoro che stiamo facendo ora, ma era stupid quello che facevamo prima. Non si auspica un lavoro al 100% da casa, anche quando è possibile, per non trasformare una fetta di lavoratori in tanti zombie digitali, ma si spera che neppure si ritorni a lavorare come prima anche quando non è strettamente necessario.
Insomma, auguriamoci che quello che di buono questa pandemia ha dato possiamo ritrovarlo anche quando il problema sarà risolto; auguriamoci di non tornare alla “normalità”, intesa come la vita precedente, ma che una nuova normalità ci trovi migliori, più interessati, più coinvolti, più connessi.
