Cronaca

Il mondo deve essere ripensato

Tutto il mondo ne parla, aggiungiamoci anche noi: il coronavirus sta diffondendosi in tutto il globo, causando vittime e riempiendo gli ospedali, ma soprattutto evidenziando tutte le fragilità di un mondo interconnesso. Una volta una cascina era una realtà quasi autosufficiente: coltivavano gli ortaggi, li conservavano per l’inverno, allevavano gli animali, sia per la carne che per utilità: cavalli e buoi per il tiro, pecore per la lana, mucche da latte. Durante l’inverno si preparavano gli attrezzi per la bella stagione: rastrelli di legno, finimenti per gli aratri, manici per pale e zappe. Si filava la lana, si tessevano le lenzuola con la canapa autoprodotta. Ciò che non si poteva fare in casa, come macinare il grano o lavorare il ferro, era comunque assicurato a breve distanza: il mulino, il maniscalco, il fabbro. Se ipoteticamente il paese fosse stato rapito e portato nello spazio avrebbero potuto vivere per anni senza problemi. Oggi non è più così: senza il carburante arrivato da chissà dove i trattori non si muovono, le cascine non hanno pascoli sufficienti per il bestiame e si deve comprare il foraggio, che arriva con i camion; e si potrebbe continuare. Soprattutto mancano oramai le capacità, il know how, come si dice oggi, dato che nessun contadino moderno è capace di filare, di fare le marcite per la canapa, di gestire un bue per tirare l’aratro, ammesso di avercelo il bue. E’ quanto è successo a livello mondiale: la Cina è diventata la fabbrica del mondo, si è delocalizzato in Asia per ragioni economiche e perché sono meno attenti alle esigenze dell’ambiente, ed ora ci si trova senza pezzi di ricambio, senza forniture, senza un mercato da cui comprare ed a cui vendere.

Bisogna ripensare

Bisogna ripensare l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che forse ha lavorato dietro le quinte, ma per il grande pubblico ha brillato per assenza. Mesi prima di mandare una squadra a Whuan, nessuna linea guida chiara a cui gli Stati potessero far riferimento, quando oramai il virus si è diffuso in tutto il mondo iniziano a pensare alla pandemia, ultimi sul pianeta.

Bisogna ripensare la gestione delle epidemie e dei piani di contenimento: la maggior parte delle persone non sapeva nemmeno dell’esistenza di Whuan, eppure c’erano tre voli alla settimana su Fiumicino, per tacere del resto del mondo. Se una malattia ha un tempo di incubazione di qualche giorno, ovvero praticamente la totalità dei malanni, è impossibile che qualcuno contagiato non sia già in viaggio da qualche parte, ed è impossibile ricostruire tutti i contatti che ha avuto.

Bisogna ripensare il rapporto fra sanità pubblica e privata, dato che la tanto criticata – anche giustamente, a volte – sanità pubblica ha retto tutto l’impatto dell’emergenza, mentre i privati sono spariti. ed in quegli Stati, come gli USA, dove tutto è in mano ai privati ci sono stati ritardi e negligenze, perché nessuno voleva pagare il tampone.

Bisogna ripensare il sistema produttivo, dato che non è possibile affidarsi totalmente ad una sola regione, che può essere compromessa da una qualunque catastrofe naturale, né non si possono perdere le conoscenze e le attrezzature per operare in casa durante l’emergenza. Non è un problema di protezionismo o di autarchia, ma semplice buon senso ed evidenza dei fatti.

Bisogna ripensare il sistema di lavoro, dato che può accadere che, per qualunque ragione, un lavoratore rimanga bloccato a casa e deve essere in condizione di restare ugualmente in contatto. Certo, un conto è un professionista, altro è il magazziniere o il manutentore, ma – per quanto possibile – occorrerebbe che le imprese fossero pronte al telelavoro. Non è una cosa che si improvvisa: occorrono computer portatili, programmi in cloud o un server impostato per l’accesso da remoto, sistemi di cifratura end-to-end, sistemi di videochiamata e di meeting virtuali, ecc. Soprattutto devono essere ripensate le procedure, per non trovarsi – in piena emergenza – con la necessità di una firma fisica o di un modulo che non è accessibile.

Bisogna ripensare il sistema scolastico: certo, è impensabile una scuola totalmente da remoto, non solo per motivi didattici, ma di socialità. Però un sistema di videolezione, piattaforme già operative ed utilizzate ogni tanto, per non perdere la familiarità, devono sicuramente essere rese disponibili.

Bisogna ripensare il sistema economico, troppo fragile e troppo presente nelle decisioni vitali, dato che il primo pensiero è “ma se chiudo questo e quello, quanto ci si perde?”, e non “è necessario per stroncare la diffusione?”

Soprattutto bisogna ripensare il nostro atteggiamento verso il pianeta, il nostro pensare che la scienza e la tecnica moderna abbiano risolto tutti gli errori del passato ed abbiano assoggettato la natura. Il Pianeta ha subito tanti sconvolgimenti nel passato, la vita è continuata anche dopo grandi estinzioni di massa e continuerà anche senza di noi, mentre per noi basta un microscopico frammento di RNA che si diffonde senza controllo e possiamo scomparire in poco tempo.

Se capiremo tutto questo allora il virus – tutto sommato non il peggio che poteva capitare, con ebola sarebbe andata molto diversamente – sarà servito a qualcosa.

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