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Ma è questa l’Europa che vogliamo?

Oggi si festeggiano i sessant’anni di una signora, l’Europa che dai conflitti della seconda guerra mondiale è passata ad conglomerato più o menu unito di stati e staterelli, Sessant’anni portati non benissimo, con le smagliature dei muri e delle divisioni che percorrono il territorio, con le rughe dei nazionalismi e dei particolarismi, con la cellulite degli interessi nazionali. Ma anche con la soddisfazione di sessant’anni di pace, di scambi fra università e scuole, di condivisione di conoscenza, di cultura, di vita familiare, con migliaia di coppie transnazionali.

Ed ora che il volo aereo low cost ha reso più economico un we a Barcellona o Copenaghen rispetto a tre giorni a Cinisello Balsamo, la vacanza europea di massa sta cominciando a portare una consapevolezza europea di massa, anche aiutata dall’euro, piaccia o no riconoscerlo.

Però ancora c’è molto da fare, a partire dalla lingua comune per proseguire all’abolizione dei vantaggi che possono derivare da una politica nazionale: fin quando determinati Stati difendono la loro industria nazionale a scapito dell’economia di altre nazioni, non ci potrà essere vera integrazione, ma solo emigrazione. Fin quando gli Stati del Nord non capiranno che Lampedusa è un loro confine, e l’ondata migratoria extraeuropea è un problema di tutta l’Europa e non  solo dei Paesi di prima linea non si risolveranno i problemi. Fin quando ognuno avrà il proprio esercito – magari comprando gli aerei dal USA anzichè adoperare gli Eurofighter, peraltro tecnologicamente superiori – ed ognuno perseguirà una propria politica estera non potremo essere considerati seriamente sulla scena internazionale.

Allora occorre decidere: o dare un addio alle armi, riconoscere di essere dalla parte sbagliata del pendolo della storia ed andare ognuno per conto nostro nella direzione della svendita alle potenze emergenti, Cina in primis, oppure ritrovare, in un moto di orgoglio, lo spirito dei Paesi fondatori e promuovere un’integrazione più spinta. In questo senso la Brexit ci fornisce un’opportunità, togliendo uno degli Stati che maggiormente ha giocato a rimpiattino con gli accordi di integrazione. Tutto sommato, può essere un’occasione da cogliere. Forse l’ultima che ha l’Unione.

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