Tutto gratis?
Di solito chi lavora vuole essere pagato. E’ un’affermazione banale, ma che oggi, nel mondo digitale, nella nostra società sempre più complessa, è meno scontata del previsto. Lasciamo da parte il fatto che il copyright valga per 70 anni (anche troppi) e poi le opere cadano in pubblico dominio; parliamo invece delle opere che vengono concesse volontariamente in licenza open access, affinché siano fruibili da tutti. Certo, scrivere un libro o un articolo richiede studi, competenze, tempo e spesso anche costi vivi derivanti dai viaggi per le ricerche, per le attrezzature per fotografare, scansionare, fotocopiare e così via. Quindi anche chi non ha come obbiettivo principale il guadagnare normalmente vorrebbe almeno non rimetterci.
Certo, ci sono delle eccezioni, ad esempio chi è talmente appassionato all’argomento da metterci del proprio anche in termini monetari: dalla religione agli scacchi, dall’ornitologia alla geopolitica schiere di appassionati possono oggi mettere a disposizione dei naviganti le loro competenze. Ci sono anche persone che contano di guadagnare in maniera diversa, magari attraverso la visibilità che consente di acquisire nuovi clienti mettendo in mostra le proprie abilità. Oppure ci sono quei ricercatori universitari – peraltro già pagati (anche se poco) dallo Stato – che mettono a disposizione le loro ricerche al fine di farsi conoscere e fare quindi carriera. Nel mondo universitario, se non pubblichi – anche se gratis – sei morto.
Uno dei cultori delle licenze open è l’Avvocato Aliprandi, autore di diversi libri sulla materia, che nel suo blog aggiorna costantemente commenti e materiale (naturalmente open!) e che da poco ha messo a disposizione la presentazione della sua ultima fatica: http://aliprandi.blogspot.it/2017/06/torino-openscience-libro-openaccess-politecnico.html
Non si vuol dare qui un giudizio morale sulle persone che vogliono guadagnare dal loro lavoro rispetto a quelle che invece rinunciano ai diritti, per le motivazioni più svariate. Una proposta però sarebbe interessante (forse già considerata in Francia, chissà che ne è stato): se un libro non viene più stampato per uno-due anni, vogliamo stabilire che cada automaticamente in pubblico dominio? Un conto è vendere guadagnando, un altro è usare i diritti per sottrarre alla comunità una qualunque opera dell’ingegno.
