Uber e dintorni
Tanti anni fa mia nonna mi chiedeva di essere portata da qualche parte, ed alla fine del giro mi metteva in mano qualche soldino “per la benzina”. In realtà, come tutti i 18enni o poco più, non mi dispiaceva guidare, nè mi dispiacevano i soldini, la macchina, ovvero i mezzi produttivi, erano dei miei, quindi dal mio punto di vista era un affare perfetto. Una forma di Uber casalingo, che nessuna norma potrà mai eliminare – nè avrebbe senso farlo – come nessuna norma potrà mai eliminare altre forme di lavoro libero, più o meno in nero. Di esempi possono essercene tanti: dal vicino di casa che è bravo a pitturare e ti tinteggia l’alloggio nel we a prezzi modici, al collega che una volta faceva il cuoco e ti prepara il pranzo di Natale alla metà di quello che pagheresti in una gastronomia.
Ciò che oggi cambia, è la possibilità di mettere facilmente in contatto domanda ed offerta, creando servizi originali basati sul pagamento di un servizio, sullo scambio, ad esempio delle abitazioni, sulla divisione delle spese, come accade con quei servizi che ti trovano un passeggero che contribuisce alle spese, senza pagare per intero il servizio, quando devi spostarti da una città all’altra.
Inoltre c’è la questione, squisitamente darwiniana, dell’estinzione di certi lavori. Nessuno si aspetta più di trovare un addetto che pilota l’ascensore fino al piano, nessuno si aspetta più che la lavandaia passi a casa prenderti i panni e poi vada a lavarli al lavatoio, nessuno si aspetta più di trovare il maniscalco o la stazione di posta in ogni villaggio. Al di là del fatto che l’auto a guida autonoma sia imminente, come pensano i più ottimisti, o che arriverà fra 30-40 anni, come prospettano i più pessimisti, sta di fatto che in un futuro più o meno lontano i tassisti si estingueranno, come si estinguerà l’Uber che conosciamo oggi, a sua volta superato da servizi automatici.
Dunque tra acquistare, noleggiare e condividere si prospettano sempre più possibilità di scelta, a seconda del budget, delle esigenze, del contesto sociale. Ha però senso tutto questo? Soprattutto, è giusto che lo Stato intervenga e regolamenti, ponga limiti, lacci e laccioli, oppure è meglio che il sistema si autogestisca?
Come al solito, la risposta non è univoca. Il fatto che un servizio di taxi sia organizzato ed in qualche modo posto sotto il controllo dello Stato attraverso un sistema di norme e di licenze, sicuramente crea problemi a chi vuole entrare nel giro, fa lievitare i costi alla clientela, ma fornisce anche delle garanzie: i taxi svolgono un servizio h24 7/7, hanno delle vetture attrezzate per i portatori di handicap, sono tenuti a svolgere il servizio in tutta la città. E sai con chi lamentarti se hai avuto un problema. Un servizio a metà fra il professionale ed il volontariato è meno costoso, ma chi ti garantisce se il guidatore è spericolato, se la macchina non è in ordine, se si rifiuta di portarti in una determinata zona della città? Certo, il sistema di recensione già è qualcosa, ma un basso punteggio ha la stessa forza dissuasiva di una multa o del ritiro della licenza?
Ovviamente il discorso vale per altri servizi: il ristoratore della domenica che ti prepara il pranzo a casa sua e te lo porta a domicilio o te lo serve nel suo soggiorno è veramente capace? Ha una cucina conforme alle norme igieniche cui sono sottoposti i ristoranti ufficiali? La stanza che ti affittano è sicura e pulita, oppure rischi di saltare in aria perchè la cucina a gas nella stanza a fianco è dell’anteguerra? L’impianto elettrico della casa è a norma?
Anche perchè, con questo criterio, ognuno può inventarsi un’attività a casa propria: dalla casa di riposo privata, allo studio fotografico, alla vendita di vestiti e biancheria, alla somministrazione di vini e liquori. Tanto varrebbe abolire tutte le leggi sul commercio e far svolgere qualunque professione ed attività nell’abitazione o in qualche pertinenza, facendo scomparire il concetto di pubblico esercizio.
Per contro occorre anche riflettere su altri aspetti: perchè la gente preferisce andare in una stanza privata piuttosto che in albergo? Se è per vivere a contatto con la gente e vedere il Paese reale, allora si tratta di un fatto di costume, di una scelta non economica e c’è poco da fare. Se è per risparmiare, allora si tratta di verificare se il risparmio non avviene a scapito di igiene e sicurezza, se non si tratta di un modo di eludere il fisco, e soprattutto di verificare se non è il servizio ufficiale a costare troppo, magari perchè troppo gravato da oneri e gabelle. Magari lo Stato può chiedersi se tutte quelle norme di sicurezza imposte agli alberghi sono tutte necessarie, ed allora, con le debite proporzioni, dovrà imporle anche ad Airbnb e simili, oppure dovrà alleggerire le incombenze dell’albergatore. Se il taxi svolge anche un servizio sociale come il trasporto dei portatori di handicap allora le licenze non dovranno avere costi proibitivi, nè la benzina dovrà essere gravata da accise senza senso.
Ma questi sono discorsi validi nell’immediato. Il problema è guardare al futuro, quando auto automatiche e sistemi di intelligenza artificiale si diffonderanno capillarmente e toglieranno non solo i posti di lavoro meno qualificati, ma creeranno una disoccupazione intellettuale per cui il problema non sarà prenotare una stanza per le vacanze in un albergo o in una casa privata, nè se arrivarci con un’auto di proprietà o condivisa con qualcun altro. Il problema sarà che la maggior parte della gente, non avendo lavoro, non avrà nè una casa da affittare, nè una vacanza da sognare. La guerra fra i taxi ed Uber, vista fra 50 anni, apparirà come un’insulsa guerra tra poveri, che si sono accapigliati fra loro come i manzoniani capponi di Renzo, senza rendersi conto di quale sia il vero pericolo.
Poichè la tecnologia avanzerà comunque, non avrebbe senso proporre una legge che obblighi ad abbandonare la robotica, nel senso più multiforme, per ritornare a svolgere lavori manuali come nel medioevo. Ma forse una legge che obblighi tutti, governanti, industriali e comuni cittadini, a pensare fuori dagli schemi, ad anticipare il mondo che verrà, a fare piani a 50 anni e non a sei mesi, forse potrebbe essere utile.
